Le Riviste Specialistiche sono degli strumenti essenziali per la diffusione nel mondo dei risultati della ricerca scientifica. Queste costituiscono di fondo una vera e propria certificazione di “scientificità” di tutti i risultati ottenuti. Le riviste atte a questo scopo possono essere pubblicate da editori commerciali (e quindi società private che lavorano a stretto contatto con le università e organi di ricerca), oppure dalle Società Scientifiche stesse, come ad esempio l’APS.

In questo articolo tratteremo delle difficoltà economiche in cui incappano le riviste cartacee e cercheremo di spiegare quanto le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di diffusione possano aiutare lo scopo ultimo, ossia divulgare il sapere valutato. Lo faremo in due tranche: in questa prima prima parte discuteremo la storia e le problematiche dei periodici cartacei da trent’anni a oggi, nella seconda proporremo una delle soluzioni in circolazione per migliorare la diffusione della ricerca a costi ridotti.

La categoria delle materie scientifiche propriamente dette (aree 01-09) è frenata da un vero e proprio ostacolo nel meccanismo di certificazione e diffusione delle proprie ricerche. Per la maggior parte dei casi il prestigio di un periodico è decretato soprattutto dalla sua presenza all’interno dell’ISI,Institute for Scientific Information. Questo conseguentemente comporta la nascita di politiche di prezzo non troppo corrette: una biblioteca universitaria ad esempio è costretta (per necessità) ad abbonarsi a una rivista catalogata nell’ISI nonostante i costi siano eccessivi (secondo le stime della Association of Research Libraries i costi delle riviste scientifiche sono aumentati tra gli anni 1986-2004 del 200%!).
La “crisi dei prezzi dei periodici”, a suo tempo, ha causato inevitabilmente il calo degli abbonamenti e, di fatto, anche la mancata diffusione capillare dei risultati delle ricerche!

 

Nella categoria delle scienze umanistiche, economiche e giuridiche pare evidente invece che la “scientificità” di un periodico e di uno scritto non sia decretata dalla presenza degli stessi in cataloghi appositi (come l’ISI nelle materie scientifiche). La monografia risulta, soprattutto nelle scienze umanistiche, la tipologia di opera ancora più rilevante! Nonostante non si sia arrivati alla “crisi dei prezzi”, il problema dei costi è sempre dietro l’angolo: molto spesso sono gli autori a fornire contributi per la pubblicazione, sovente utilizzando fondi che vengono elargiti al fine della ricerca stessa.

Questa realtà vissuta negli anni passati ha permesso, con coraggio, di tentare un percorso nuovo, costruito sulle necessità dei ricercatori delle aree 01-09 per unire le garanzie di scientificità e una diffusione capillare. Agli inizi degli anni novanta, infatti, i ricercatori di matematica, fisica, scienze naturali hanno cominciato (per cause di forza maggiore) a usufruire di archivi preprint, al fine di arginare un gap che si sarebbe venuto a creare senza una adeguata informazione sulle ricerche scientifiche altrui. Già nel 1999 però la necessità di rendere più performante la diffusione del sapere scientifico a costo zero sfocia nella nascita dell’Open Archives Initiative, progetto che, oltre a confermare le sue priorità su “base ideologica” riguardo la ricerca e la diffusione del sapere, promuove l’utilizzo di strumenti semplici per la catalogazione dei metadati.
Nel 2003 il famoso istituto tedesco Max Plank Gesellshaft promuove invece un convegno su l’“Accesso aperto alla conoscenza nelle scienze e nelle discipline umanistiche ”. Questo decreta finalmente la nascita di una dichiarazione ufficiale (Dichiarazione di Berlino) firmata da ben 248 enti di ricerca (tra cui tutte le università italiane), grazie alla quale si stendono delle linee guida sui contributi definiti di “Accesso Aperto”.

Nel 2004 la CRUI promuove il convegno “Gli Atenei italiani per l’Open Access: verso l’accesso aperto alla letteratura di ricerca”, sinonimo di impegno concreto delle università e del mondo accademico (e non solo delle biblioteche e bibliotecari) nell’appoggiare la Dichiarazione di Berlino e nel sostenere la disseminazione gratuita del sapere scientifico.