Antichità e arte in fotografia

Dal principio della camera oscura alle tecniche e ai modi della riproduzione fotografica di documentazione attraverso i grandi maestri dell’Ottocento

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Attraverso una disanima diacronica si ripercorrono gli esordi della fotografia partendo dalle conoscenze sperimentali che hanno condotto dal principio fisico della camera oscura alla camera ottica, esaminando i principali traguardi tecnico-scientifici rappresentati dal dagherrotipo, dal calotipo e dal collodio, fino alla prima fotocamera Laica, all’inizio del Novecento. Una rapida evoluzione raggiunta grazie al contributo di chimici, studiosi, professionisti e appassionati che hanno determinato la nascita di diversi canoni fotografici e di molteplici iconografie. A fronte di un così ricco scenario si è scelto di rivolgere la massima attenzione a due generi fotografici particolari che hanno avuto una genesi affine e parallela: la fotografia impiegata a fini documentali in ambito archeologico e la fotografia per la riproduzione delle opere d’arte. La fotografia archeologica definisce la sua specificità al seguito di viaggiatori fotografi del Grand Tour della metà del XIX secolo, svelando da subito inattese potenzialità come sintesi oggettiva del mondo circostante, del paesaggio, delle antiche rovine, che ne favoriranno l’applicazione a fini scientifici in importanti indagini archeologiche già sul finire dell’Ottocento. Per la fotografia in relazione all’opera d’arte, va sottolineato che è stata l’esigenza stessa di registrare con la luce immagini di paesaggi, edifici, sculture, disegni e oggetti artistici in maniera indelebile su un foglio di carta, ad indurre gli ingegni più sensibili e più capaci a trovare le soluzioni fotochimiche più adatte a tale risultato. Si pensi alle pionieristiche, quanto consapevoli, osservazioni di Fox Talbot su come dosare la luce e da quale lato inquadrare il busto di Patroclo - scultura presente nella sua collezione privata - per restituirne l’immagine più vicina possibile alla sua natura.
Durante gli anni ’50 le nazioni europee maggiormente sensibili alla codificazione del proprio patrimonio artistico pianificano campagne di documentazione fotografica dei monumenti storici, mirate alle prime operazioni di censimento, conservazione e restauro. Parallelamente vengono avviate le prime campagne di documentazione museale che insieme a quelle legate al territorio contribuiscono, soprattutto in Francia, alla costituzione di grandi archivi statali e più tardi favoriranno anche in Italia la nascita delle prime collezioni storiche di fotografie documentali. La diffusione di queste immagini fotografiche, vendute singolarmente o raccolte in album, troverà acquirenti disponibili tra studiosi e cultori delle arti, oppure tra i facoltosi viaggiatori del Grand Tour. La fotografia come nuova arte o potenziale tecnologico, in grado di replicare sculture o immagini disegnate e dipinte, si afferma nel campo della neonata editoria fotografica e conferma la sua assoluta novità nell’abbinare la riproduzione fotografica dell’opera d’arte in pubblicazioni che favoriscono la trasmissione delle iconografie ad un pubblico amatoriale più vasto. Ciò determina il progressivo abbandono del tradizionale lavoro di copiatura ed il disegno incisorio praticato fino ad allora, i cui costi elevati e la scarsa attendibilità agli originali da riprodurre offrivano risultati non paragonabili all’immagine fotografica. Dall’impiego dello strumento fotografico a fini documentali durante il XIX secolo, emergono autori, artisti, maestri e atelier, la cui ricca quanto straordinaria produzione viene riproposta in un vasto repertorio di immagini digitali – oltre 1.600 – presenti nel DVD allegato al testo e riconoscibili attraverso un puntuale elenco di didascalie collocato alla fine di ogni capitolo. L’affascinante percorso storico e iconografico trova la sua conclusione in un’ampia panoramica riguardante i maggiori Archivi delle Istituzioni pubbliche e private, con la quale si intende rispondere ad una concezione moderna della ricerca che deve essere impostata sul duplice fronte dell’acquisizione dei dati primari attraverso le innumerevoli risorse fornite dal web, qui puntualmente suggerite, così come della verifica degli stessi presso i luoghi deputati alla conservazione dei fondi fotografici storici.

L'Autrice

Daniela Bonanome è una archeologa: si è laureata all’università “La Sapienza” di Roma nel 1982, dove ha conseguito la specializzazione in Archeologia classica. Dopo il perfezionamento in Grecia come borsista della Scuola Archeologica Italiana di Atene (1985), ha collaborato con la Soprintendenza Archeologica di Roma nella catalogazione scientifica dei materiali scultorei del Museo Nazionale Romano. Oltre a contributi di carattere iconografico e storico-artistico, ha pubblicato nel 1995 uno studio monografico sulla scultura greca: Il rilievo da Mondragone nel Museo Nazionale di Napoli e nel 2008 numerosi contributi scientifici nel catalogo Sculture antiche nell’Abbazia di Grottaferrata.
Appassionata ed esperta di fotografia storica, dal 1986 dirige l’Archivio-Laboratorio fotografico della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata, pianificando campagne fotografiche finalizzate allo studio, alla ricerca ed alla documentazione. Più di recente ha attivato seminari didattici sulla fotografia storica e sulla documentazione fotografica in ambito archeologico e storico-artistico. Su tale argomento: Fotografia e appunti di viaggio: l’Egitto di Maxime Du Camp e Gustave Flaubert, Roma 2007. E’ membro del comitato scientifico del sito web ImagoRomae.com, per il quale ha pubblicato nel 2008: Nuovi sguardi sulle rovine: brevi note sul conte Flachéron.

Anno: 2010
Pagine: 342
Formato: 20,5 x 28,5 cm
Peso: 834 g
Colore: B/N
Copertina: Morbida
Legatura: Brossura
Lingua: Italiano
ISBN: 9788861344693

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